L’età del ri-fare

Avete 30 anni? Allora siete dei nostalgici!

Mai generazione fu più avvinghiata al proprio passato come quella dei giovani adulti di oggi. Soprattutto quando i 30 non li avete ancora compiuti ma vedete all’orizzonte le coste brulle dell’età adulta, quella vera, allora scommetto che siete dei nostalgici. All’improvviso vi rendete conto che le figure importanti della vostra infanzia sono vecchie, siete sommersi da notifiche di anniversari importanti di libri e film che ai vostri occhi sono sempre stati “contemporanei”.

Il mio periodo nostalgia è iniziato qualche mese fa, quando ho realizzato che ora sono più vecchia dei personaggi di “Friends” della prima puntata. Ho controllato per scrupolo, e Ross, il più grande, aveva 27 anni. Ho subito sentito il bisogno impellente di riguardarmi tutto il telefilm, questa volta con occhi diversi. Così ho scoperto che i personaggi di Friends alla mia età erano già sposati, divorziati, con un figlio e in carriera. A parte Rachel, tutti avevano un lavoro ed un obiettivo. Rachel a 26 snni viene assunta da Ralph Lauren dopo un colloquio piuttosto disastroso. Ho scoperto che negli anni 90 a 30 anni eri un uomo o una donna e non un ragazzo e una ragazza, che bere il latte col nesquik era una cosa concessa solo ai bambini e che fosse normalissimo avere già un appartamento tutto per sé.

Lanciata in mezzo al turbine della nostalgia, in occasione del ventennio del primo libro di Harry Potter, ho deciso di rileggermi tutta la saga, questa volta in inglese. È incredibile come la percezione delle avventure di un maghetto possano cambiare dopo 20 anni. Harry Potter sarebbe possibile oggi? Settimane per ricevere un gufo, lettere scritte con il calamaio, bambini che vagano da soli in una scuola che i genitori ipocondriaci di oggi avrebbero fatto chiudere già nel primo libro. E poi il pensiero rivolto a questi adulti che non si accorgono di essere circondati da personaggi malvagi e che si accontentano di vedere i figli minorenni solo due mesi in estate. Infine cos’è sta storia della Burrobirra?

Eppure leggere Harry Potter è ancora molto bello, anche a 28 anni. Perché crea una connessione tra una persona che non c’è più e la sua versione adulta. Mi ritrovo spesso a pensare a quali fossero i miei pensieri allora, quando ero una bambina degli anni 90/2000 che doveva prendere la corriera per andare a scuola e leggeva di piccoli eroi come lei, non particolarmente belli e piuttosto imperfetti ma capaci di superare ogni avversità, di fare muso duro contro un mondo esterno ostile e di essere se stessi in ogni situazione.

Ho capito così che Harry Potter forse per i bambini di oggi potrà risultare un po’ più strano che a noi ma vorrei che lo leggessero anche loro per scoprire quel calore e sensazione di benessere che provavo io ogni volta che seguivo le avventure e i bisticci di Harry, Ron e Hermione.

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Sì viaggiare

Dopo aver amato e visto il Portogallo tramite la penna di Saramago, quest’anno sono riuscita ad andarci.

Solitamente quando vado da qualche parte scrivo post lunghissimi su ciò che ho visto e sulle mie impressioni. Questa volta ho deciso di cambiare attaggiamento. Su Facebook non ho pubblicato alcuna foto e non vi tedierò con lunghissime liste di cose che ho visto e che vi consiglio di fare.

Dopo aver visto l’ennesima foto postata in riva al mare con l’ennesimo fantastico tramonto, sono giunta ad una conclusione: tutte le esperienze condivise sui social sono uguali. Quella vetrina che dovrebbe dare a ciascuno di noi una voce, ha reso il nostro mondo piatto e uniforme. L’unicità che cerchiamo disperatamente di mostrare, le emozioni che cerchiamo di condividere sono state appiattite da migliaia di altre voci che cercano di raggiungere lo stesso obiettivo. Ed ecco perché quelle foto uniche postate su instagram e facebook sono una identica all’altra e l’esibizionismo dei social diventa artificiale.

Mentre giravamo il Portogallo non ho potuto fare a meno di notare atteggiamenti a dir poco malsani. Viaggiare ha perso il suo senso di scoperta ed è diventato una sorta di gara a punteggi. Mi sembrava quasi di vedere girare persone munite di tessere fedeltà che cercavano di riempire di timbrini la propria experience card. Ho assistito a persone che pur di dire di aver fatto un giro sul tram 28 di Lisbona hanno fatto la coda due ore e hanno viaggiato spiaccicate contro porte e finestrini. Ho visto un marito che per fare una bella foto a sua moglie davanti al monastero di Belem è retrocesso fino in strada facendosi quasi investire. Ma non solo, selfie in ogni momento, foto in posa e dallo stile romantico nei luoghi meno adatti e più affolati di turisti. Tutto questo per un like in più e qualche bel commento.

Da quando viaggiare è cambiato così? Da quando le foto hanno smesso di essere uno strumento intimo per ricordare una bellissima esperienza da condividere solo coi propri cari per diventare una mera prova. Prova che questa esperienza l’ho fatta, che la mia vita è interessante, che io sono interessante. Da quando la visita ad un luogo è virata in mero narcisismo?

Ormai il senso di scoperta non può più esserci. A meno che non andiate a visitare luoghi esotici lontanissimi oppure città talmente vicine e normali da non suscitare alcun interesse, non vedrete mai nulla di nuovo. Il viaggio si fa prima di partire, leggendo minuziosamente una guida e guardando le foto su google. E quando si arriva là, in quel posto metaviglioso? Selfie e via. A Porto c’è una stazione dei treni di nome Sao Bento, affollatissima di turisti. Le pareti sono rivestite di bellissimi azulejos blu che tutti vogliono fotografare. Sono rimasta un pochino lì a guardare e ho notato che tutti scattavano foto ma nessuno guardava le pareti se non tramite un obiettivo. Siamo talmente disperati di dimostrare di aver visto un posto che non ci soffermiamo più a guardarlo.

Il mio viaggio è stato intenso, avventuroso, pieno di cose belle e brutte ma mi ha portato un pochino di amarezza. Quindi ciò che vi consiglio è di non imparare una guida a memoria, di non andare solo nei luoghi che leggiamo di dover vedere ad ogni costo. Mangiate dove vi ispira e non dove leggete di dover farlo oppure cercate consigli di chi in quei luoghi ci vive e ha una prospettiva diversa rispetto a quella che hanno i libri. Perché ognuno di noi è diverso e abbiamo il diritto di scegliere dove mangiare, talvolta prendendoci e talvolta invece sbagliando.

Lasciatevi andare, siate zen. Imparate tutto per poi fare di testa vostra. L’istinto vale più di mille parole. E un tramonto una volta tanto guardatevelo e basta. Per quanto possano venire bene i colori, una foto non renderà mai la sua bellezza. E mentre guardate un tramonto tramite l’obiettivo, l’avrete già perso.

N.B. A Lisbona mettetevi scarpe con una bella suola ruvida…quei sampietrini sono fatali 😛

Premio Campiello secondo Ciccia 


Due mesi fa grazie ad un caso fortuito sono riuscita a partecipare ad una delle presentazioni dei finalisti del premio Campiello. Alla fine della serata ciascun partecipante ha ricevuto un cofanetto contenente i 5 libri in lizza. Quando l’ho aperto, i miei occhi si sono fatti lucidi lucidi e quella sera stessa mi sono alzata più volte dal letto per ammirare il mio tesoro. Ho avuto una sorta di epifania: se è possibile ricevere 5 libri gratis allora il nostro pianeta non è del tutto perduto. Ho voluto bene a tutto il mondo, indistintamente.

Dopo l’ennesima sbirciata, una risoluzione: avrei letto tutti i libri e decretato il mio vincitore. Sarei stata una sorta di membro della giuria jolly. Il giorno è giunto, i libri sono stati letti, alcuni amati e tutti decisamente divorati. Procediamo quindi per ordine:

1. Alessandra Sarchi, “La notte ha la mia voce”. Durante la presentazione sono rimasta veramente colpita dell’autrice. Non solo per la sua storia personale, ma soprattutto a causa della sua presenza forte e magnetica e del suo linguaggio. La scelta delle parole mi ha deliziata e il brano letto dall’attrice del Piccolo mi ha trafitto il cuore facendolo traballare mentre a stento ho trattenuto una lacrima. Per questo il suo è stato il primo libro letto, ed è stato amore. Sono stata invischiata in questo racconto di corpi e delle sue abitanti, delle bellissime donne forti.

2. Donatella Di Pierantonio, “L’arminuta”. Come potevo non proseguire con una storia sul sentirsi estranei nella propria terra? L’arminuta parla di una ragazza di una città del Centro Italia che scopre brutalmente che i suoi non sono veramente suoi genitori, mentre la vera famiglia è fatta da gente semplice e contadina che parla solo il dialetto. La storia mi è piaciuta moltissimo così come il suono del dialetto che sembrava uscire da ciascuna pagina. Se posso fare una piccola osservazione, ho notato che forse il linguaggio crudo e distante avrebbe potuto essere più intimo ogni tanto. Il personaggio migliore? Adriana, senza ombra di dubbio.

3. Laura Pugno, “La ragazza selvaggia”. Ecco un libro che invece non è riuscito a coinvolgermi. La storia mi sembrava complessa senza motivo, i rapporti tra i personaggi un po’ artificiosi. E all’ultima pagina mi sono resa tristemente conto che dei protagonisti non mi importava molto.

4. Mauro Covacich, “La città interiore “. Un libro faticoso perché autobiografico. Non ne faccio una colpa all’autore, sono io a non aver letto nulla di suo e quindi entrare nei panni di Mauro Covacich mi è risultato difficile.

5. Stefano Massini, “Qualcosa sui Lehman”. Il vincitore in assoluto. Libro brillante, scritto con una capacità incredibile di coinvolgere e trascinare il lettore, anche se un romanzo su una banca potrebbe sembrare noioso, l’America è lontana e i Lehman non ci sono più. Ma quanto ci sbagliamo! I Lehman ci circondano e hanno cambiato il nostro mondo. Una storia su una famiglia di ebrei tedeschi che partono dalla stoffa dell’Alabama per arrivare ad essere una banca? Emozionante, interessante, brillante e pure educativo! Non vedo l’ora di trovare lo spettacolo teatrale negli archivi di rai 5 per guardarmelo.

Ecco quindi le mie modeste opinioni sui finalisti. I miei preferiti sono stati Massini e Sarchi ma detto questo…
che vinca il migliore.

Il ministero della suprema felicità 

Solitamente i libri hanno il potere di chiarire e semplificare le cose. Lo richiedono la trama e la scrittura. Quante volte abbiamo finito un libro avendo la sensazione di avere tutto più chiaro? A 20 anni di distanza dal meraviglioso “Il dio delle piccole cose “, Arundhati Roy è riuscita a fare il contrario. 

Non sono qui per fare confronti con la sua opera narrativa precedente. Ho letto diverse recensioni che commentavano quanto “Il ministero della suprema felicità” fosse più frammentato e confusionario rispetto al libro di debutto dell’autrice indiana. Ma come si fa a paragonare due libri scritti a 20 anni di distanza? Probabilmente è come mettere a confronto due autori diversi. Nessuno è uguale a se stesso, soprattutto all’io di due decenni fa.

Quando ho iniziato il Ministero l’ho affrontato senza paragoni. Ho trovato questa esperienza molto simile a quella che si può avere quando si incontra un amico per la prima volta dopo anni e anni di distanza. Ho letto ogni singola parola come se fosse il racconto della sua vita e della sua personalità, la storia dei suoi ultimi anni lontano da me.

Arundhati Roy è cresciuta ed è riuscita nell’intento di rappresentare i conflitti in India, presenti e passati, con una maestria che non è da tutti. Perché quando si finisce di leggerla si ha la sensazione di essere più ignoranti di prima, non per la sua incapacità a spiegarsi. Tutt’altro. Il suo dono è quello di strapparci dal nostro comodo divano per trasportarci in un’India così eterogenea e un Kashmir all’apparenza calmo ma in conflitto, di farci capire che nulla è semplice al mondo, figurarsi in un paese così unico ed eterogeneo. 

La forza dei personaggi di Arundhati sta nel loro essere unici e liberi, nelle loro relazioni che superano anni, conflitti, odio e religione condita di politica. La religione, gli ideali, le ingiustizie, tutto ciò entra dalla porta del nostro soggiorno, sconquassando i mobili, i quadri e la testa. Inglese, hindi, urdu si accomodano a fianco a noi travolgendoci i timpani. Ma non solo proteste e guerre, ci sono volti e sorrisi, persone forti che sanno ricavare una grande felicità nonostante le sofferenze subite.

Com’è difficile raccontare un popolo con le parole. Arundhati Roy ci è riuscita.

Deliziosi voli pindarici


Quello che adoro dell’essere una persona dalle origini miste è sentirmi una sorta di spia in entrambi i paesi. Infatti, mentre da un lato mi sento a casa in entrambi i posti, mi rendo conto che per certi versi entrambe le culture presentano degli elementi a me estranei. Ed è proprio questa la cosa che mi intriga di più. In questi giorni sono in Polonia. E quindi in questi giorni sono una Cinzia diversa. Mentre in Italia sono una persona all’apparenza straniera che sa perfettamente la lingua, qui invece il mio ruolo diventa più sottile e intrigante. Sembro una di loro ma basta sentirmi parlare per un po’ e osservare il mio modo di comportarmi per capire che c’è qualcosa di diverso. È divertente, soprattutto quando vado a fare compere e commissioni.

Nei pochi giorni di permanenza sto facendo un vero tuffo nel passato. Si parla molto del cambiamento epocale dell’urbanistica e del tenore di vita cinese, si sa un po’ meno di quello che è successo qui. Tutto è cambiato per non cambiare nulla. Lì dove passo ogni mattina una volta c’era un parco giochi per bambini. Parco è una parola grossa. I fili d’erba erano ben pochi, c’era un terriccio sabbioso e polveroso, così friabile e mobile da essere sempre cosparso da pozzanghere mentre lo scivolo e le altalene arrugginite affondavano irregolarmente nel terreno rendendo i giochi dei bambini più pericolosi. Per me era il simbolo della vecchia Polonia. Ora al suo posto ci sono cemento, case residenziali e un dentista. La gente beve coca cola e veste magliette con scritte in inglese. Ogni volta che torno qui scopro che sono sbucati nuovi negozi mentre sembra che qualsiasi spiazzo vada bene per costruire condomini sempre più moderni. Ciò mi affascina e mi spaventa. Mi affascina questo gigante avvolto su se stesso che cerca di scrollarsi di dosso macerie di un mondo antico e oppressivo ma allo stesso tempo temo l’inevitabile taglio troppo netto e doloroso con un passato prezioso. Quando però mi faccio prendere da quella tipica ansia di chi sa che il mondo in cui sta vivendo è costantemente in evoluzione e quindi già perduto, mi basta fermarmi un attimo e aguzzare la vista. Come dicevo, tutto è cambiato per non cambiare nulla. I bambini indosseranno pure magliette in inglese, ma le signore si vestono ancora con lo stile di 20 anni fa, mc donald’s non sarà mai più amato di una zuppa tradizionale e le case contengono ancora mobili e oggetti con uno stile tipico dell’est socialista. 

Non capirò mai la passione per quegli orribili mobili, la cocciutaggine delle commesse a non sorridere oppure quel terriccio sabbioso che continua a sbucare sui cortili nonostante le innumerevoli colate di cemento. Mi stupirò sempre del fortissimo legame con la storia del ‘900 a scapito di quella antica e non  riesco ancora a concepire il fatto che nel XXI secolo sia possibile e accettabile una “marcia per Gesù”. 

Cammino per le strade consapevole del fatto che qui sono cambiate molte cose, molto di più che in Italia. Si può parlare di piccolo miracolo polacco, anche se c’è ancora tanto da fare. Ho cercato per giorni un libro di storia sulla regione della mia famiglia, la Silesia, ma niente da fare. Per ora mi dovrò accontentare di vecchie foto e memorie degli anziani. E un giorno sarò io invece a raccontare del parco giochi di terra sabbiosa che c’era prima del cemento. 

Sono questi i piccoli e deliziosi voli pindarici di un passato non lontano che resterà sepolto nei cuori di chi l’ha visto e vissuto.

L’Italia che si lamenta 

Questa mattina ho dovuto fare un piccolo detour prima di andare al lavoro, e per fare ciò ho preso l’autobus a Monza. Mentre l’andata è stata tranquilla e sonnacchiosa, il ritorno è stato piuttosto interessante.

Appena salita sul mezzo, una passeggera ed io abbiamo timbrato il biglietto senza alcun problema. Il signore di 80 anni dietro di noi invece non ce la faceva. L’autista, vedendo che stava infilando il biglietto nel modo sbagliato, ha chiesto ad un suo amico seduto in prima fila di aiutarlo. Niente, era impossibile. Entrambe le obliteratrici sembravano non funzionare. Il signore anziano è così partito alla riscossa: ” Sono come l’Italia, anche lei non funziona”. La battuta ha riscosso un discreto successo tra i passeggeri delle prime file (come si sa negli autobus funziona così: anziani davanti, giovani e stranieri dietro. Io sto davanti a causa del mio mal d’auto). È iniziata una discussione accesa su tutto quello che non funziona in Italia. “Per gli anziani è peggio che per gli altri” “Sì, io ho dovuto aiutare mia figlia a pagare la casa” e poi ovviamente “tutti questi stranieri…”. Nel frattempo, l’autista ha provato a smontare le obliteratrici ed ha iniziato a lamentarsi di quei deficienti che le rovinano. Non ha trovato il problema ma è ripartito comunque, continuando a lamentarsi di questo “paese di deficienti”. Il viaggio è continuato così, con il signore di 80 anni che si lamentava di un’Italia che non funziona e che è nel fango, mentre l’autista ed il suo amico davano la colpa ai “deficienti”. 
Alla fermata successiva però è salita una signora col velo. Ha timbrato senza alcun problema. Sia l’anziano sia l’amico dell’autista hanno voluto provare di nuovo ad obliterare quel dannato biglietto. Ed è così che l’amico si è reso conto che il signore aveva in mano due biglietti. Lui stesso non se n’era accorto all’inizio. Ovviamente quindi era stato impossibile obliterare la prima volta. L’ilarità è finita. Il signore non ha più parlato di Italia che non funziona e l’autista non ha più menzionato i teppisti deficienti. Il signore è tornato al suo posto bofonchiando che lui ha 84 anni e che tempo fa ha subito un’operazione per cui ha quasi perso la vita. L’autista ha cominciato a lamentarsi dei suoi colleghi che “bruciano i soldi senza lavorare mai”. Di sicuro non lavorano quanto lui.

Episodi di questo tipo rappresentano perfettamente il quadro generale di oggi. Ogni giorno mi vedo divisa tra adulti che si lamentano di ogni cosa senza assumersi alcuna responsabilità e giovani che sono ancora convinti che il mondo del lavoro li aspetti a braccia aperte. “Finita l’università sarò ricco”. Sicuro…

Sono entrambe forme di alienazione dalla realtà. Si tratta di un distaccamento involontario e deresponsabilizzante. Lamentarsi è più facile di capire e credersi invincibili è molto meglio che affacciarsi dalla finestra sulla realtà. E con questo non voglio dire che la vita non sia difficile e che tutto vada bene. I tempi in cui viviamo non sono semplici ma forse affrontare la vita e le responsabilità che ne conseguono potrebbe essere un modo per affrontarla con più efficacia. 

Non sempre è colpa esclusiva del “sistema”.

P.S. grazie a questo siparietto ho perso il treno e farò tardi

La casa del sonno


Chi legge tanto non è mai soddisfatto di se stesso. Vorrebbe fare di più, scoprire autori nuovi, finire tutti i classici e magari nel tempo libero scrivere qualcosa. Eppure è impossibile sapere tutto e conoscere tutti gli autori del mondo. Talvolta ci metto più tempo di altri a conoscere scrittori molto famosi per cui mi sembra strano parlare di “nuova scoperta”.

Jonathan Coe è sempre stato lì, sugli scaffali della biblioteca del mio paese e in tutte le librerie del mondo. Mi è sempre ispirato, ho sempre voluto leggere uno dei suoi libri ma non ho mai avuto bene in testa da quale iniziare e quindi ho sempre rimandato. Questo finché Amazon non mi ha proposto uno sconto molto vantaggioso su “La casa del sonno”. Non ho potuto dire di no e, armata di Kindle, ho cominciato la lettura.

E’ stato amore fin dalla prima pagina. L’atmosfera dell’Inghilterra anni ’80 e quella un po’ più malata degli anni ’90, i personaggi interessanti e strani, ognuno con la propria ossessione e con i propri sogni e infine quella tensione da thriller che inizia dalla prima riga e che non molla il lettore fino alla fine. L’intreccio tra passato e presente è fenomenale, così come l’evoluzione dei personaggi che si vedono costretti a cambiare per sopravvivere. Sono state tantissime le frasi che mi sono segnata mentre la storia di un gruppo di studenti universitari si sviluppava davanti ai miei occhi, componendosi come un puzzle talmente complicato che solo alla fine, quando vengono sistemati gli ultimi due pezzi, si può capire quale sia il disegno e l’immagine rappresentati.

Mi è stato detto che “La casa del sonno” non è l’opera più famosa di Coe, ed effettivamente ho notato che le informazioni sul libro sono piuttosto carenti online. Eppure sono molto contenta di aver iniziato a “scoprire” Coe proprio da qui. Dopo aver finito la lettura, ho detto a voce alta “Capolavoro”. Mi sono sentita travolgere da bellissime emozioni contrastanti e soprattutto, quando ho lasciato andare la presa, staccandomi dall’ultima parola dell’ultima pagina, ho provato subito una gran nostalgia. Avevo lasciato il mondo di Sarah, Robert e della casa del sonno e già mi mancavano.

Non è un mondo per principesse


Quando nel 2013 uscì il film “Frozen” tutti rimasero stupiti di fronte al suo enorme successo. Bambini e adulti sembravano impazziti: “Let it go” risuonava ovunque, il merchandising aumentava di giorno in giorno e tutti, dico tutti, l’hanno visto almeno una volta. Sembrava di essere tornati ai tempi felici di “Aladdin” o del “Re Leone” ma con una marcia in più : internet. La diffusione di videoclip e di canzoni è stata immediata. Articoli su articoli si chiedevano il perché di tale successo, a parte ovviamente le orecchiabilissime canzoni. Le cause principali sembravano essere due: Elsa e Anna sono due principesse, è vero, ma non delle principesse perfette; e inoltre il loro obiettivo principale non è farsi salvare oppure conquistare un principe. Anzi, alla fine l’unico principe della storia si rivela essere il vero cattivo del film.

Moana di “Oceania” ha seguito questa scia, anzi, ci tiene a specificare che lei non è una principessa ma la figlia del capo del villaggio. E mentre il semi-dio Mawi si lascia abbattere dalla sconfitta iniziale e dalla paura, lei resiste, non si dà per vinta. Mentre il successo di “Frozen” era inaspettato, qui fin dall’inizio si può intuire che ogni topos che è andato ribaltato o cancellato è stato fatto a cuore più leggero e con facilità…e perché no, con calcolo. Le eroine single e combattute che lottano per affermarsi in un mondo troppo tradizionale sono quello che la gente vuole adesso, per sé e per i propri figli.  Mulan ha reso il terreno fertile, ma Elsa ha messo i primi veri semi.

Non c’è quindi da stupirsi del successo del libro “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, in cui vengono raccontate le vite di 100 donne definite straordinarie. Non sono principesse (qualche nobile però c’è) ma donne che hanno lottato per seguire i loro sogni. Qualcuna ha fallito, qualcuna ha avuto successo. Tutte hanno sofferto e tutte ce l’hanno messa tutta, appianando così il futuro delle generazioni successive.

Il libro però non è solo per bambine, è valido per i maschietti, per le mamme e per i papà. Ma anche per chi non ha figli è un ottimo regalo. 

Anche io me lo sono comprato. Sono la tipica giovane donna affascinata da Elsa e Moana. Probabilmente sono solo delle sagaci tattiche di marketing ma d’altronde non è tutto così? Applaudo quindi all’idea del libro nato su Kickstarter e non vedo l’ora di scrivere in fondo al volume la mia storia e le mie speranze.

Tre titoli per tutti i gusti


Come ogni anno, anche il 2017 è testimone della sfida contro me stessa e il tempo. Leggere il più possibile quando si è stati otto ore davanti al computer, si soffre di pesante narcolessia infrasettimanale e in più bisogna fare tante altre cose durante il weekend non è per nulla semplice. Ogni anno che passa e ogni volta che affronto una nuova fase della mia vita mi rendo conto sempre più che più si invecchia e meno si legge. E’ semplicemente una questione di tempo. Mentre quando si è a scuola e all’università i giorni passano lenti e vuoti, quando iniziamo a lavorare impariamo veramente il significato di “sacrificio” e “selezione”. Ad ogni modo, fino ad ora, con un po’ di fatica, sono riuscita a leggere tanto nonostante la mancanza di tempo libero e la stanchezza. Dopotutto per me leggere equivale ad una boccata di aria fresca e purissima.

Dall’inizio dell’anno sono riuscita a finire una decina di libri ma vorrei parlare di tre in particolare: Il papà di Dio, I miracoli di Val Morel e Il Silmarillion.

1. Il papà di Dio (ovvero la graphic novel che riflette sul mondo). Autore: Maicol & Mirco.

Il padre di Dio è un tondo perfetto, proprio come tutto quello che crea: Infiniti mondi con infinito tempo in cui tutti sono felici e nessuno si ammala. Suo figlio però è strano, lui vuole creare mondi diversi in cui esistono anche sofferenza e morte e soprattutto ha creato Satana, il suo migliore amico immaginario che gli tiene compagnia nella solitudine dell’universo. Questo libro si può leggere in un’ora ma sono tantissimi i temi che affronta: la vita, la morte, il rapporto padre e figlio, l’amore, la creatività e i legami che si rafforzano con la rinuncia. 

2. I miracoli di Val Morel (ovvero il libro perfetto). Autore: Dino Buzzati.

Con questo libro mi piace giocare in casa. Dino infatti è di origine bellunese e sempre saremo orgogliosi di lui. Tutte le sue opere sono uniche e meravigliose ma questo libriccino che si legge in un’ora occupa un posto speciale nel mio cuore. Innanzitutto parla della Val Morel, che si trova a pochi chilometri da casa mia, ma soprattutto è l’unico libro di mia conoscenza in cui in poche pagine, tramite disegni e poche frasi, il narratore sia stato capace di riassumere l’essenza della vita. Ironia, passione, religione, spiritualità ed ateismo. Ma non solo, la morte e la paura dell’ignoto, in cui si ricorre ad una santa per poter guarire. Come si fa a non chiamare genio un uomo che ha inventato i gattini vulcanici, formiconi perversi e orsi che rincorrono bambini fino alla loro vecchiaia? Come si fa a non ridere durante tutta la lettura per poi ritrovarsi all’improvviso a piangere verso la fine? Buzzati descrive un mondo che non c’è più, quello della gente semplice e buona, ignorante ma enormemente saggia. Il mondo dei nonni e dei bisnonni, in cui talvolta vorremmo rifugiarci per sfuggire a questo mondo universale e poco divertente.

3. Il Silmarillion (ovvero un libro per capire che in realtà non avevamo capito niente de Il Signore degli anelli). Autore JRR Tolkien.

Tolkien era davvero un genio. E si voleva del male. Oppure semplicemente si divertiva un sacco a creare Arda, un mondo che pian piano è diventato sempre più complesso e melanconico. Se avete letto il Signore degli Anelli e pensate di aver capito tutto del suo mondo, sappiate che siete degli illusi. E se pensate che dopo aver letto il SIlmarillion abbiate scoperto tutti i segreti del mondo fittizio abitato da Gandalf &co vi sbagliate comunque. Il Silmarillion è un libro meraviglioso, a tratti poetico e a tratti shakespeariano (i figli di Hurin subiscono le peggio sfighe e i Numenoriani non sono da meno). Vi farà capire che Gandalf è ancora più figo di quel che pensavate, che Tolkien avrebbe potuto scrivere altri 3000 Signore degli anelli per coprire tutte le storie della Terra di mezzo, ma soprattutto capirete che Tolkien aveva un cervello pazzesco. E’ riuscito a creare più di una dozzina di lingue, storie avvincenti e alberi genealogici complessissimi. Ogni personaggio ha almeno tre nomi e diversi figli, le maledizioni e i giuramenti si incrociano e il vostro cervello dopo essersi allenato a memorizzare tutti quei nomi avrà sconfitto ogni possibile insorgenza di Alzheimer. Ma soprattutto dopo aver finito “la Bibbia” di Arda, vorrete rileggere il Signore degli Anelli e prendere in mano ogni singolo libro/racconto/epistola a cui abbia messo mano Tolkien.

Questo 2017 promette bene,vediamo di continuare così.

Questione di tempo (con spoiler)


Questo mese è stato decisamente il mese del cinema. Non contenti dei sabati, ci siamo pure andati il martedì, anche se l’idea di spezzare la routine viene controbilanciata dall’incredibile sonno della mattinata successiva. Quindi il nostro esperimento del cinema infrasettimanale probabilmente finisce qui. Sono molti i film che abbiamo visto: Silence, Arrival, Your name, La La Land e Hacksaw Ridge. Oggi vorrei parlare di tre film in particolare perché hanno offerto, tra le altre, la tematica del tempo. Attenzione però: spoiler in arrivo.
I tre film in questione sono Your name, Arrival e La La Land. Il primo ha fatto un enorme successo di incassi in Giappone ed è diventata una vera e propria mania nel paese del Sol Levante, il secondo sembra parlare di alieni ma in realtà è molto di più, il terzo è il film del momento. Tre trame completamente diverse eppure in ognuno di esse ad un certo punto entra prepotentemente in scena il concetto di tempo, il quale viene modificato, manovrato e diviso in vite parallele ed ending irrealizzabili.

Partiamo da Your name, film di cui ho scritto in precedenza senza anticipare troppo. Chi è riuscito ad andare in sala nei pochi giorni in cui è stato possibile farlo, ha sicuramente vissuto con strazio e patema d’animo la storia d’amore di Taki e Mitsuha soprattutto dal momento in cui si scopre che lei in realtà è morta tre anni prima quando un frammento di cometa si è staccato e ha distrutto il suo villaggio, spezzando numerose vite. Eppure Taki riesce a cambiare il corso della storia e del tempo, tornando al luogo in cui il kuchikami sakè di Mitsuha e sua sorella furono depositati anni prima. Così il ragazzo riesce a creare un collegamento con la sua amata grazie al legame che si crea dopo che lui ha bevuto la “metà di Mitsuha”. Al costo della perdita di ogni ricordo legato alla loro vicenda, i due ragazzi riescono così a salvare tutti gli abitanti del paese. Due anime gemelle divise dal tempo e dalla morte riescono così a sconfiggere un destino di solitudine.

Anche in Arrival si parla di tempo, anzi è il vero protagonista del film. Dal trailer avevo pensato che si sarebbe parlato di alieni e di comunicazione, oltre che di linguaggio e della necessità di ascoltare prima di agire. In realtà Arrival va ben oltre. Verso la fine si scopre infatti che il linguaggio degli alieni porta in dono la capacità di concepire il tempo non più come una semplice linea, ma come un cerchio senza capo né coda. Insomma, chi conosce la loro lingua sa vedere il futuro. È quello che accade alla protagonista, la quale, acquisito questo dono prezioso ma allo stesso tempo ingombrante, decide di portare avanti il suo destino e una decisione molto importante nella sua vita, nonostante questa scelta porti con sé non solo amore ma anche tanto dolore.

Meno maturo, almeno ai miei occhi, è stato La La Land, di cui tutti hanno parlato come uno dei migliori film dell’ultimo decennio creandomi delle aspettative troppo alte rispetto a quello che ho visto. Emma Stone è stata meravigliosa e si conferma ancora di più come una grande attrice, ma Ryan Gosling non mi ha convinta molto. La scenografia, la musica e tutti gli elementi sono molto belli e ben fatti ma il risultato non mi ha fatta emozionare quanto avrei creduto. Anche qui però c’è un riferimento al tempo, ovvero ad un mondo ed un finale parallelo a quello realistico e poco sognatore a cui va incontro la storia d’amore di Mia e Sebastian.

I tre film sono molto diversi, sia per trama, sia per tematiche e finali. Il tempo però diventa una scappatoia manovrabile, un’alternativa alla triste realtà. Senza il tempo, Taki non avrebbe riportato in vita Mitsuha e avrebbe sempre vissuto con l’idea di aver perso qualcosa o qualcuno di molto importante. Senza il tempo, la protagonista di Arrival non avrebbe mai risolto la crisi globale dell’arrivo degli alieni perché il presidente cinese non le avrebbe mai sussurrato nell’orecchio le parole giuste da usare con il suo io del passato per convincerlo a non attaccare l’ufo extraterrestre. E senza il tempo, non avremmo mai visto il finale parallelo e perfetto di Mia e Sebastian, non avremmo mai avuto la possibilità di scegliere quello che avremmo voluto vedere.

Non so se sia un caso che in tempi così difficili e in cui il bisogno di una fuga dalla realtà si fa sentire sempre più, tre film così diversi abbiano deciso di offrire un’alternativa in cui sia possibile risolvere una situazione impossibile o almeno sognare un finale alternativo. La conoscenza del mondo di oggi non ci permette di vedere film semplici con un finale troppo positivo, ci sentiremmo presi in giro. Il bisogno di essere ancorati ad una realtà straziante e veramente “reale” si fa sentire ancora di più nell’era dell’odio e del Trumpismo, ma è normale porsi questa domanda: “E se invece?”. 

Un messaggio di speranza quindi? Forse. Oppure un bisogno di irrealtà in un mondo impossibile in cui vivere.