Deliziosi voli pindarici


Quello che adoro dell’essere una persona dalle origini miste è sentirmi una sorta di spia in entrambi i paesi. Infatti, mentre da un lato mi sento a casa in entrambi i posti, mi rendo conto che per certi versi entrambe le culture presentano degli elementi a me estranei. Ed è proprio questa la cosa che mi intriga di più. In questi giorni sono in Polonia. E quindi in questi giorni sono una Cinzia diversa. Mentre in Italia sono una persona all’apparenza straniera che sa perfettamente la lingua, qui invece il mio ruolo diventa più sottile e intrigante. Sembro una di loro ma basta sentirmi parlare per un po’ e osservare il mio modo di comportarmi per capire che c’è qualcosa di diverso. È divertente, soprattutto quando vado a fare compere e commissioni.

Nei pochi giorni di permanenza sto facendo un vero tuffo nel passato. Si parla molto del cambiamento epocale dell’urbanistica e del tenore di vita cinese, si sa un po’ meno di quello che è successo qui. Tutto è cambiato per non cambiare nulla. Lì dove passo ogni mattina una volta c’era un parco giochi per bambini. Parco è una parola grossa. I fili d’erba erano ben pochi, c’era un terriccio sabbioso e polveroso, così friabile e mobile da essere sempre cosparso da pozzanghere mentre lo scivolo e le altalene arrugginite affondavano irregolarmente nel terreno rendendo i giochi dei bambini più pericolosi. Per me era il simbolo della vecchia Polonia. Ora al suo posto ci sono cemento, case residenziali e un dentista. La gente beve coca cola e veste magliette con scritte in inglese. Ogni volta che torno qui scopro che sono sbucati nuovi negozi mentre sembra che qualsiasi spiazzo vada bene per costruire condomini sempre più moderni. Ciò mi affascina e mi spaventa. Mi affascina questo gigante avvolto su se stesso che cerca di scrollarsi di dosso macerie di un mondo antico e oppressivo ma allo stesso tempo temo l’inevitabile taglio troppo netto e doloroso con un passato prezioso. Quando però mi faccio prendere da quella tipica ansia di chi sa che il mondo in cui sta vivendo è costantemente in evoluzione e quindi già perduto, mi basta fermarmi un attimo e aguzzare la vista. Come dicevo, tutto è cambiato per non cambiare nulla. I bambini indosseranno pure magliette in inglese, ma le signore si vestono ancora con lo stile di 20 anni fa, mc donald’s non sarà mai più amato di una zuppa tradizionale e le case contengono ancora mobili e oggetti con uno stile tipico dell’est socialista. 

Non capirò mai la passione per quegli orribili mobili, la cocciutaggine delle commesse a non sorridere oppure quel terriccio sabbioso che continua a sbucare sui cortili nonostante le innumerevoli colate di cemento. Mi stupirò sempre del fortissimo legame con la storia del ‘900 a scapito di quella antica e non  riesco ancora a concepire il fatto che nel XXI secolo sia possibile e accettabile una “marcia per Gesù”. 

Cammino per le strade consapevole del fatto che qui sono cambiate molte cose, molto di più che in Italia. Si può parlare di piccolo miracolo polacco, anche se c’è ancora tanto da fare. Ho cercato per giorni un libro di storia sulla regione della mia famiglia, la Silesia, ma niente da fare. Per ora mi dovrò accontentare di vecchie foto e memorie degli anziani. E un giorno sarò io invece a raccontare del parco giochi di terra sabbiosa che c’era prima del cemento. 

Sono questi i piccoli e deliziosi voli pindarici di un passato non lontano che resterà sepolto nei cuori di chi l’ha visto e vissuto.

L’Italia che si lamenta 

Questa mattina ho dovuto fare un piccolo detour prima di andare al lavoro, e per fare ciò ho preso l’autobus a Monza. Mentre l’andata è stata tranquilla e sonnacchiosa, il ritorno è stato piuttosto interessante.

Appena salita sul mezzo, una passeggera ed io abbiamo timbrato il biglietto senza alcun problema. Il signore di 80 anni dietro di noi invece non ce la faceva. L’autista, vedendo che stava infilando il biglietto nel modo sbagliato, ha chiesto ad un suo amico seduto in prima fila di aiutarlo. Niente, era impossibile. Entrambe le obliteratrici sembravano non funzionare. Il signore anziano è così partito alla riscossa: ” Sono come l’Italia, anche lei non funziona”. La battuta ha riscosso un discreto successo tra i passeggeri delle prime file (come si sa negli autobus funziona così: anziani davanti, giovani e stranieri dietro. Io sto davanti a causa del mio mal d’auto). È iniziata una discussione accesa su tutto quello che non funziona in Italia. “Per gli anziani è peggio che per gli altri” “Sì, io ho dovuto aiutare mia figlia a pagare la casa” e poi ovviamente “tutti questi stranieri…”. Nel frattempo, l’autista ha provato a smontare le obliteratrici ed ha iniziato a lamentarsi di quei deficienti che le rovinano. Non ha trovato il problema ma è ripartito comunque, continuando a lamentarsi di questo “paese di deficienti”. Il viaggio è continuato così, con il signore di 80 anni che si lamentava di un’Italia che non funziona e che è nel fango, mentre l’autista ed il suo amico davano la colpa ai “deficienti”. 
Alla fermata successiva però è salita una signora col velo. Ha timbrato senza alcun problema. Sia l’anziano sia l’amico dell’autista hanno voluto provare di nuovo ad obliterare quel dannato biglietto. Ed è così che l’amico si è reso conto che il signore aveva in mano due biglietti. Lui stesso non se n’era accorto all’inizio. Ovviamente quindi era stato impossibile obliterare la prima volta. L’ilarità è finita. Il signore non ha più parlato di Italia che non funziona e l’autista non ha più menzionato i teppisti deficienti. Il signore è tornato al suo posto bofonchiando che lui ha 84 anni e che tempo fa ha subito un’operazione per cui ha quasi perso la vita. L’autista ha cominciato a lamentarsi dei suoi colleghi che “bruciano i soldi senza lavorare mai”. Di sicuro non lavorano quanto lui.

Episodi di questo tipo rappresentano perfettamente il quadro generale di oggi. Ogni giorno mi vedo divisa tra adulti che si lamentano di ogni cosa senza assumersi alcuna responsabilità e giovani che sono ancora convinti che il mondo del lavoro li aspetti a braccia aperte. “Finita l’università sarò ricco”. Sicuro…

Sono entrambe forme di alienazione dalla realtà. Si tratta di un distaccamento involontario e deresponsabilizzante. Lamentarsi è più facile di capire e credersi invincibili è molto meglio che affacciarsi dalla finestra sulla realtà. E con questo non voglio dire che la vita non sia difficile e che tutto vada bene. I tempi in cui viviamo non sono semplici ma forse affrontare la vita e le responsabilità che ne conseguono potrebbe essere un modo per affrontarla con più efficacia. 

Non sempre è colpa esclusiva del “sistema”.

P.S. grazie a questo siparietto ho perso il treno e farò tardi

La casa del sonno


Chi legge tanto non è mai soddisfatto di se stesso. Vorrebbe fare di più, scoprire autori nuovi, finire tutti i classici e magari nel tempo libero scrivere qualcosa. Eppure è impossibile sapere tutto e conoscere tutti gli autori del mondo. Talvolta ci metto più tempo di altri a conoscere scrittori molto famosi per cui mi sembra strano parlare di “nuova scoperta”.

Jonathan Coe è sempre stato lì, sugli scaffali della biblioteca del mio paese e in tutte le librerie del mondo. Mi è sempre ispirato, ho sempre voluto leggere uno dei suoi libri ma non ho mai avuto bene in testa da quale iniziare e quindi ho sempre rimandato. Questo finché Amazon non mi ha proposto uno sconto molto vantaggioso su “La casa del sonno”. Non ho potuto dire di no e, armata di Kindle, ho cominciato la lettura.

E’ stato amore fin dalla prima pagina. L’atmosfera dell’Inghilterra anni ’80 e quella un po’ più malata degli anni ’90, i personaggi interessanti e strani, ognuno con la propria ossessione e con i propri sogni e infine quella tensione da thriller che inizia dalla prima riga e che non molla il lettore fino alla fine. L’intreccio tra passato e presente è fenomenale, così come l’evoluzione dei personaggi che si vedono costretti a cambiare per sopravvivere. Sono state tantissime le frasi che mi sono segnata mentre la storia di un gruppo di studenti universitari si sviluppava davanti ai miei occhi, componendosi come un puzzle talmente complicato che solo alla fine, quando vengono sistemati gli ultimi due pezzi, si può capire quale sia il disegno e l’immagine rappresentati.

Mi è stato detto che “La casa del sonno” non è l’opera più famosa di Coe, ed effettivamente ho notato che le informazioni sul libro sono piuttosto carenti online. Eppure sono molto contenta di aver iniziato a “scoprire” Coe proprio da qui. Dopo aver finito la lettura, ho detto a voce alta “Capolavoro”. Mi sono sentita travolgere da bellissime emozioni contrastanti e soprattutto, quando ho lasciato andare la presa, staccandomi dall’ultima parola dell’ultima pagina, ho provato subito una gran nostalgia. Avevo lasciato il mondo di Sarah, Robert e della casa del sonno e già mi mancavano.

Non è un mondo per principesse


Quando nel 2013 uscì il film “Frozen” tutti rimasero stupiti di fronte al suo enorme successo. Bambini e adulti sembravano impazziti: “Let it go” risuonava ovunque, il merchandising aumentava di giorno in giorno e tutti, dico tutti, l’hanno visto almeno una volta. Sembrava di essere tornati ai tempi felici di “Aladdin” o del “Re Leone” ma con una marcia in più : internet. La diffusione di videoclip e di canzoni è stata immediata. Articoli su articoli si chiedevano il perché di tale successo, a parte ovviamente le orecchiabilissime canzoni. Le cause principali sembravano essere due: Elsa e Anna sono due principesse, è vero, ma non delle principesse perfette; e inoltre il loro obiettivo principale non è farsi salvare oppure conquistare un principe. Anzi, alla fine l’unico principe della storia si rivela essere il vero cattivo del film.

Moana di “Oceania” ha seguito questa scia, anzi, ci tiene a specificare che lei non è una principessa ma la figlia del capo del villaggio. E mentre il semi-dio Mawi si lascia abbattere dalla sconfitta iniziale e dalla paura, lei resiste, non si dà per vinta. Mentre il successo di “Frozen” era inaspettato, qui fin dall’inizio si può intuire che ogni topos che è andato ribaltato o cancellato è stato fatto a cuore più leggero e con facilità…e perché no, con calcolo. Le eroine single e combattute che lottano per affermarsi in un mondo troppo tradizionale sono quello che la gente vuole adesso, per sé e per i propri figli.  Mulan ha reso il terreno fertile, ma Elsa ha messo i primi veri semi.

Non c’è quindi da stupirsi del successo del libro “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, in cui vengono raccontate le vite di 100 donne definite straordinarie. Non sono principesse (qualche nobile però c’è) ma donne che hanno lottato per seguire i loro sogni. Qualcuna ha fallito, qualcuna ha avuto successo. Tutte hanno sofferto e tutte ce l’hanno messa tutta, appianando così il futuro delle generazioni successive.

Il libro però non è solo per bambine, è valido per i maschietti, per le mamme e per i papà. Ma anche per chi non ha figli è un ottimo regalo. 

Anche io me lo sono comprato. Sono la tipica giovane donna affascinata da Elsa e Moana. Probabilmente sono solo delle sagaci tattiche di marketing ma d’altronde non è tutto così? Applaudo quindi all’idea del libro nato su Kickstarter e non vedo l’ora di scrivere in fondo al volume la mia storia e le mie speranze.

Tre titoli per tutti i gusti


Come ogni anno, anche il 2017 è testimone della sfida contro me stessa e il tempo. Leggere il più possibile quando si è stati otto ore davanti al computer, si soffre di pesante narcolessia infrasettimanale e in più bisogna fare tante altre cose durante il weekend non è per nulla semplice. Ogni anno che passa e ogni volta che affronto una nuova fase della mia vita mi rendo conto sempre più che più si invecchia e meno si legge. E’ semplicemente una questione di tempo. Mentre quando si è a scuola e all’università i giorni passano lenti e vuoti, quando iniziamo a lavorare impariamo veramente il significato di “sacrificio” e “selezione”. Ad ogni modo, fino ad ora, con un po’ di fatica, sono riuscita a leggere tanto nonostante la mancanza di tempo libero e la stanchezza. Dopotutto per me leggere equivale ad una boccata di aria fresca e purissima.

Dall’inizio dell’anno sono riuscita a finire una decina di libri ma vorrei parlare di tre in particolare: Il papà di Dio, I miracoli di Val Morel e Il Silmarillion.

1. Il papà di Dio (ovvero la graphic novel che riflette sul mondo). Autore: Maicol & Mirco.

Il padre di Dio è un tondo perfetto, proprio come tutto quello che crea: Infiniti mondi con infinito tempo in cui tutti sono felici e nessuno si ammala. Suo figlio però è strano, lui vuole creare mondi diversi in cui esistono anche sofferenza e morte e soprattutto ha creato Satana, il suo migliore amico immaginario che gli tiene compagnia nella solitudine dell’universo. Questo libro si può leggere in un’ora ma sono tantissimi i temi che affronta: la vita, la morte, il rapporto padre e figlio, l’amore, la creatività e i legami che si rafforzano con la rinuncia. 

2. I miracoli di Val Morel (ovvero il libro perfetto). Autore: Dino Buzzati.

Con questo libro mi piace giocare in casa. Dino infatti è di origine bellunese e sempre saremo orgogliosi di lui. Tutte le sue opere sono uniche e meravigliose ma questo libriccino che si legge in un’ora occupa un posto speciale nel mio cuore. Innanzitutto parla della Val Morel, che si trova a pochi chilometri da casa mia, ma soprattutto è l’unico libro di mia conoscenza in cui in poche pagine, tramite disegni e poche frasi, il narratore sia stato capace di riassumere l’essenza della vita. Ironia, passione, religione, spiritualità ed ateismo. Ma non solo, la morte e la paura dell’ignoto, in cui si ricorre ad una santa per poter guarire. Come si fa a non chiamare genio un uomo che ha inventato i gattini vulcanici, formiconi perversi e orsi che rincorrono bambini fino alla loro vecchiaia? Come si fa a non ridere durante tutta la lettura per poi ritrovarsi all’improvviso a piangere verso la fine? Buzzati descrive un mondo che non c’è più, quello della gente semplice e buona, ignorante ma enormemente saggia. Il mondo dei nonni e dei bisnonni, in cui talvolta vorremmo rifugiarci per sfuggire a questo mondo universale e poco divertente.

3. Il Silmarillion (ovvero un libro per capire che in realtà non avevamo capito niente de Il Signore degli anelli). Autore JRR Tolkien.

Tolkien era davvero un genio. E si voleva del male. Oppure semplicemente si divertiva un sacco a creare Arda, un mondo che pian piano è diventato sempre più complesso e melanconico. Se avete letto il Signore degli Anelli e pensate di aver capito tutto del suo mondo, sappiate che siete degli illusi. E se pensate che dopo aver letto il SIlmarillion abbiate scoperto tutti i segreti del mondo fittizio abitato da Gandalf &co vi sbagliate comunque. Il Silmarillion è un libro meraviglioso, a tratti poetico e a tratti shakespeariano (i figli di Hurin subiscono le peggio sfighe e i Numenoriani non sono da meno). Vi farà capire che Gandalf è ancora più figo di quel che pensavate, che Tolkien avrebbe potuto scrivere altri 3000 Signore degli anelli per coprire tutte le storie della Terra di mezzo, ma soprattutto capirete che Tolkien aveva un cervello pazzesco. E’ riuscito a creare più di una dozzina di lingue, storie avvincenti e alberi genealogici complessissimi. Ogni personaggio ha almeno tre nomi e diversi figli, le maledizioni e i giuramenti si incrociano e il vostro cervello dopo essersi allenato a memorizzare tutti quei nomi avrà sconfitto ogni possibile insorgenza di Alzheimer. Ma soprattutto dopo aver finito “la Bibbia” di Arda, vorrete rileggere il Signore degli Anelli e prendere in mano ogni singolo libro/racconto/epistola a cui abbia messo mano Tolkien.

Questo 2017 promette bene,vediamo di continuare così.

Questione di tempo (con spoiler)


Questo mese è stato decisamente il mese del cinema. Non contenti dei sabati, ci siamo pure andati il martedì, anche se l’idea di spezzare la routine viene controbilanciata dall’incredibile sonno della mattinata successiva. Quindi il nostro esperimento del cinema infrasettimanale probabilmente finisce qui. Sono molti i film che abbiamo visto: Silence, Arrival, Your name, La La Land e Hacksaw Ridge. Oggi vorrei parlare di tre film in particolare perché hanno offerto, tra le altre, la tematica del tempo. Attenzione però: spoiler in arrivo.
I tre film in questione sono Your name, Arrival e La La Land. Il primo ha fatto un enorme successo di incassi in Giappone ed è diventata una vera e propria mania nel paese del Sol Levante, il secondo sembra parlare di alieni ma in realtà è molto di più, il terzo è il film del momento. Tre trame completamente diverse eppure in ognuno di esse ad un certo punto entra prepotentemente in scena il concetto di tempo, il quale viene modificato, manovrato e diviso in vite parallele ed ending irrealizzabili.

Partiamo da Your name, film di cui ho scritto in precedenza senza anticipare troppo. Chi è riuscito ad andare in sala nei pochi giorni in cui è stato possibile farlo, ha sicuramente vissuto con strazio e patema d’animo la storia d’amore di Taki e Mitsuha soprattutto dal momento in cui si scopre che lei in realtà è morta tre anni prima quando un frammento di cometa si è staccato e ha distrutto il suo villaggio, spezzando numerose vite. Eppure Taki riesce a cambiare il corso della storia e del tempo, tornando al luogo in cui il kuchikami sakè di Mitsuha e sua sorella furono depositati anni prima. Così il ragazzo riesce a creare un collegamento con la sua amata grazie al legame che si crea dopo che lui ha bevuto la “metà di Mitsuha”. Al costo della perdita di ogni ricordo legato alla loro vicenda, i due ragazzi riescono così a salvare tutti gli abitanti del paese. Due anime gemelle divise dal tempo e dalla morte riescono così a sconfiggere un destino di solitudine.

Anche in Arrival si parla di tempo, anzi è il vero protagonista del film. Dal trailer avevo pensato che si sarebbe parlato di alieni e di comunicazione, oltre che di linguaggio e della necessità di ascoltare prima di agire. In realtà Arrival va ben oltre. Verso la fine si scopre infatti che il linguaggio degli alieni porta in dono la capacità di concepire il tempo non più come una semplice linea, ma come un cerchio senza capo né coda. Insomma, chi conosce la loro lingua sa vedere il futuro. È quello che accade alla protagonista, la quale, acquisito questo dono prezioso ma allo stesso tempo ingombrante, decide di portare avanti il suo destino e una decisione molto importante nella sua vita, nonostante questa scelta porti con sé non solo amore ma anche tanto dolore.

Meno maturo, almeno ai miei occhi, è stato La La Land, di cui tutti hanno parlato come uno dei migliori film dell’ultimo decennio creandomi delle aspettative troppo alte rispetto a quello che ho visto. Emma Stone è stata meravigliosa e si conferma ancora di più come una grande attrice, ma Ryan Gosling non mi ha convinta molto. La scenografia, la musica e tutti gli elementi sono molto belli e ben fatti ma il risultato non mi ha fatta emozionare quanto avrei creduto. Anche qui però c’è un riferimento al tempo, ovvero ad un mondo ed un finale parallelo a quello realistico e poco sognatore a cui va incontro la storia d’amore di Mia e Sebastian.

I tre film sono molto diversi, sia per trama, sia per tematiche e finali. Il tempo però diventa una scappatoia manovrabile, un’alternativa alla triste realtà. Senza il tempo, Taki non avrebbe riportato in vita Mitsuha e avrebbe sempre vissuto con l’idea di aver perso qualcosa o qualcuno di molto importante. Senza il tempo, la protagonista di Arrival non avrebbe mai risolto la crisi globale dell’arrivo degli alieni perché il presidente cinese non le avrebbe mai sussurrato nell’orecchio le parole giuste da usare con il suo io del passato per convincerlo a non attaccare l’ufo extraterrestre. E senza il tempo, non avremmo mai visto il finale parallelo e perfetto di Mia e Sebastian, non avremmo mai avuto la possibilità di scegliere quello che avremmo voluto vedere.

Non so se sia un caso che in tempi così difficili e in cui il bisogno di una fuga dalla realtà si fa sentire sempre più, tre film così diversi abbiano deciso di offrire un’alternativa in cui sia possibile risolvere una situazione impossibile o almeno sognare un finale alternativo. La conoscenza del mondo di oggi non ci permette di vedere film semplici con un finale troppo positivo, ci sentiremmo presi in giro. Il bisogno di essere ancorati ad una realtà straziante e veramente “reale” si fa sentire ancora di più nell’era dell’odio e del Trumpismo, ma è normale porsi questa domanda: “E se invece?”. 

Un messaggio di speranza quindi? Forse. Oppure un bisogno di irrealtà in un mondo impossibile in cui vivere.

Silence


A partire da novembre, inizia il mio periodo dell’anno preferito per andare al cinema. È così, prima della cerimonia degli Oscar, registi e produttori si scatenano, portando nelle sale film di qualità e spessore che non si vedranno per il resto dell’anno…purtroppo.

Sono molti i film che ho aggiunto nella mia wishlist a breve raggio: Arrival, La La Land, Your name (già visto e amato in lingua originale) ecc ecc. Questo week-end è toccato a Silence, un film per me importantissimo perché mi ha permesso di fare un tuffo nel mio passato universitario quando affrontavo gli esami di letteratura moderna giapponese e, il mio preferito, di filosofia e religione.

Silence, progetto di Martin Scorsese di 25 anni fa, è infatti tratto da uno dei libri che ho dovuto leggere durante il mio percorso universitario. Si tratta di Silenzio (沈黙 in giapponese), nato nel 1966 dalla penna di Endo Shusaku, autore cristiano. Ambientato nel Giappone delle guerre civili del XVII secolo, parla di due giovani gesuiti portoghesi che decidono di andare a cercare padre Ferreira (personaggio realmente esistito e di cui ho studiato a lungo le vicende) dopo che è giunta in Europa la notizia della sua abiura. In Giappone infatti i gesuiti e i kirishitan ( giapponesi convertiti al cristianesimo) sono perseguitati, torturati e uccisi. 

Il film è estremamente ben fatto. Si riescono a percepire il silenzio e la sofferenza, ma soprattutto la tensione di chi si trova dall’altra parte del mondo, in un paese oscuro e completamente diverso, non disposto a cedere davanti ad una religione e un paese lontani dal proprio modo di concepire Dio e la spiritualità. Non bisogna essere cristiani per capire il dolore di Rodrigues, consapevole di essere l’ultima speranza per dei poveri contadini che hanno abbracciato la fede cristiana nonostante le persecuzioni subite. Mentre all’inizio il gesuita è pieno di ottimismo e buone intenzioni, pian piano il suo spirito e la sua fede iniziano a vacillare. Lì la voce di Dio sembra essere muta.

Molto interessanti i confronti e i dibattiti sulla spiritualità occidentale contro quella giapponese in cui nessuna delle due parti è disposta a cedere.

Andrew Garfield è stata una vera e propria rivelazione. Lui e Adam Driver sono dimagriti molto in vista del film e si sono preparati con un ritiro spirituale per affrontare al meglio il silenzio e l’isolamento. Bravissimo anche Liam Neeson, per una volta non nel ruolo di un badass ma di un uomo di profonda fede che diventa una sorta di bodhisattva per Rodrigues, nel bene e nel male.

Personalmente ho apprezzato l’ambientazione, l’uso di un cast 100% giapponese, i dialoghi in lingua e la caratterizzazione dell’atmosfera dell’epoca. Il tema dei kirishitan è estremamente interessante anche se poco studiato. Convertiti in massa durante l’iniziale periodo d’oro del cristianesimo in Giappone (grazie sopratutto alla sensibilità e intelligenza di padre Valignano), furono costretti a nascondere la loro fede per secoli, mescolando quindi ciò che avevano imparato dai padri con le credenze buddhiste e shinto. Tanto che, quando i cattolici tornarono in Giappone nell’ 800 alla fine del Sakoku, si rifiutarono di considerare veri cristiani i pochi kirishitan rimasti. Quello che praticavano non era lontanamente paragonabile con il dogma.

Un film che consiglio a tutti quelli che si vogliono mettere in gioco e che non temono il silenzio dell’incertezza e lunghi dialoghi sulla spiritualità.

Firenze al top…enade (giorni 3 e 4)

Continua il racconto su quello che ho visto e che consiglio di fare a Firenze.

Giorno 3 “La lunga pioggia” di Ray Bradbury

Non sempre ciò che è famoso è per forza la cosa più bella da visitare. Sembrerà una banalità ma a Firenze ho visto molti turisti soffermarsi solo sul Ponte Vecchio o su Santa Maria del Fiore senza provare a dare un’occhiata a quello che c’è anche nelle altre strade. E questo vale anche per il cibo. Ho visto molti decidere di mangiare in un posto solo perché vicino ad una delle principali attrazioni quando qualche metro più in là avrebbero potuto avere un’esperienza più buona e autentica.


Il terzo giorno a Firenze lo abbiamo dedicato alle pietre miliari della città. Per visitare la cattedrale non serve alcuna prenotazione o biglietto, ma assicuratevi di controllare sul sito quali sono gli orari in cui i turisti non sono ammessi (ad es. il 31 dicembre non era stato possibile entrare). Questo discorso però non vale per le altre attrazioni della piazza, ovvero la salita alla cupola di Brunelleschi, la torre di Giotto, il battistero e il museo del Duomo. In questi posti non c’è molta scelta, bisogna presentarsi con il biglietto (unico, a €15, acquistabile online). E soprattutto, il sito consiglia vivamente di prenotare la visita. Nel dubbio fatelo, ma dalla mia esperienza non ho capito a cosa sia potuta servire la mia prenotazione per salire sulla cupola. Magari se non l’avessi fatto, sarebbe andata peggio. Qui purtroppo devo parlare dell’unico difetto trovato a Firenze: la disorganizzazione. Mentre sul mio biglietto di prenotazione veniva indicata la presenza di un ingresso apposito sulla destra, in realtà io e tutti quelli che avevano prenotato ci siamo ritrovati a fare la coda come tutti gli altri. Sotto una pioggia ininterrotta, sono stata ad aspettare mezz’ora. Le cose non migliorano all’interno, dove non viene indicata l’uscita (molti infatti scendono per le strettissime scale usate per la salita) né tantomeno che andando sul secondo balconcino non c’è più la possibilità di proseguire la salita verso la cima. A parte la cupola, l’interno della cattedrale non è particolarmente bello, mentre ho molto apprezzato i colori dorati e il misto di stili pagani, cristiani e mediorientali del Battistero di S. Giovanni ( tra l’altro qui non serve prenotare).

Il pomeriggio invece lo abbiamo passato sull’altra sponda dell’Arno, andando a vedere il gigantesco Palazzo Pitti e il quartiere molto “veneziano” di S. Frediano. A causa della pioggia non siamo potuti andare al Giardino di Boboli, che però sembrava essere molto promettente.

Veniamo alla mia parte preferita: i pasti. Nei due ultimi giorni della nostra permanenza abbiamo sempre pranzato da Ino, un must di Firenze. Qui i panini sono una bontà, pura filosofia che si scioglie in bocca. Io consiglio vivamente di provare il Solito, con la salsa tapenade (olive, capperi, tonno), di cui ci siamo pure comprati un vasetto da portare a casa. Per chi non mangia carne, invece, sicuramente il formaggioso e saporito Forcella con zucchine, pecorino e pestato di zucchine e zafferano potrebbe essere una gradita opzione.


Giorno 4 “Decamerone” di Boccaccio

L’ultimo giorno è sempre difficile per un viaggiatore, soprattutto quando riesce a scoprire cose bellissime da vedere anche nelle ultimissime ore.

L’ultima mattinata l’abbiamo dedicata agli Uffizi (e a cosa, altrimenti?). Vorrei dare qualche consiglio a tal proposito: 1. prenotate sul sito, ne vale la pena 2. Non portate grandi valigie da depositare 3. Cercate di arrivare al mattino presto quando c’è meno gente 4. Non soffermatevi solo su quello che è famoso, nella stessa sala ci potrebbero essere dei tesori meravigliosi. Insomma, godetevi la visita, soffermatevi su ciò che vi piace e non tralasciate alcuna stanza perché qui non c’è un ordine cronologico delle opere d’arte. Personalmente ho apprezzato molto lo spirito trollesco dei romani con la statua ermafrodita che giace supina mostrando le sue morbide curve femminili mentre nasconde in realtà una piccola sorpresa sul davanti.


Il pomeriggio abbiamo dato una sbirciatina a S. Lorenzo e abbiamo visto due luoghi un pochino diversi che ci sono piaciuti molto. Il primo è il Mercato centrale, paradiso degli acquisti gastronomici da portare a casa. Qui abbiamo incontrato un signore che vende 49 tipi di pecorino, abbiamo visto trippe, fiorentine, funghi secchi e pure i tartufi. Al piano di sopra poi, c’è un’area ristorazione carinissima in cui si potrebbe mangiare per un’intera settimana senza stufarsi mai. Angolo vegetariano, hamburger di Chianina, pizze, fritti, polletto al carbone e pici con crema di tartufo bianco. Qui c’è il paradiso del vero fan del cibo fiorentino. Ah, ad averlo saputo prima…


E ad aver saputo prima dell’Officina Profumo Farmaceutica di S. M. Novella (ingresso gratuito), ci saremmo andati molto prima a berci una tisana (i posti sono limitati, bisognava aspettar un po’ e noi non avevamo tempo) e saremmo stati ore e ore a studiare tutti i prodotti di erboristeria e profumeria, avvolti dal dolce profumo di olii e fiori. Avrei voluto comprarmi uno shampoo, ma 30 euro per 200 ml mi hanno scoraggiata. Motivo in più per tornarci in futuro!


Infine siamo partiti… 

Abbiamo visto molto ma sappiamo che ci manca ancora tanto per essere dei veri esperti di Firenze. Sicuramente dovremo tornarci per visitare ancora di più e per conoscerla meglio… e per assaggiare il lampredotto.

Firenze, già mi manchi!

Firenze al top…enade (giorni 1 e 2)

Oh, Firenze, mia amata! Mi hai conquistata fin dal primo momento e sicuramente verrò presto a trovarti.

Un capodanno e un’idea: perché prendere un aereo costosissimo per andare all’estero o fare le solite cose nello stesso posto di sempre? La pronta soluzione: 4 giorni a Firenze. Ho imparato molte cose in questa città meravigliosa che non ha unicamente il pregio di essere bellissima, ma di avere degli abitanti gentili e simpatici. Firenze mi è sembrata genuina, come i prodotti della sua cucina. Unico difetto? La disorganizzazione delle principali attrazioni turistiche, quindi pianificate per bene la vostra visita.

Giorno 1 “Le passeggiate del sognatore solitario” di Jean-Jacques Rousseau 

Hotel di residenza: Grand Hotel Adriatico (pregi: vicinissimo alla stazione di S.M. Novella, sono disponibili a tenere i bagagli in deposito anche dopo il check-out e a colazione servono pancake).


La prima cosa che ho imparato durante questo viaggio è che il centro storico di Firenze si può visitare tutto con una passeggiata di qualche ora. La seconda è che Andrea ha un senso dell’orientamento che solo un segugio può avere (ha guardato la mappa una volta sola il primo giorno e poi ha saputo destreggiarsi senza alcun problema). La terza è che Firenze è una città green con mini autobus elettrici. Infine, ho imparato che i turisti salgono soprattutto sul ponte di fianco al Ponte Vecchio per poter fare una bella foto al Ponte Vecchio. Su suggerimento di una vera fiorentina, per cena abbiamo mangiato una schiacciata generosa e buonissima all’Antico Vinaio. Una vera e propria istituzione della città in cui vengono servite schiacciate croccanti e ripiene con prodotti genuini e freschi (è qui che è avvenuto il primo incontro con il mio nuovo grande amore: il pecorino toscano). Lo staff è simpaticissimo e fa sentire benvenuto chiunque venga da fuori con il suo accento fiorentino. Un suggerimento: a meno che non siate grandi fan di code chilometriche stile Expo, non andateci negli orari di punta. È meglio comprare il cibo un po’ prima per mangiarselo più tardi.


Giorno 2 “Balzac e la piccola sarta cinese” di Dai Sijie

Il secondo giorno abbiamo dedicato le nostre energie a due mostre bellissime. In mattinata abbiamo visitatoLibero” di Ai Weiwei, famoso artista e dissidente cinese. Il pomeriggio abbiamo sognato ad occhi aperti durante la Klimt experience nella chiesa di S. Stefano al Ponte.

Arrivati davanti a Palazzo Strozzi, si può già iniziare a respirare l’atmosfera e il messaggio di Ai Weiwei quando si notano i gommoni degli immigrati posizionati all’esterno dell’edificio. Era da tempo che non venivo coinvolta così tanto da una mostra e da un artista. Ogni sala è stata ispirante e shockante per la varietà di problematiche e tematiche affrontate e la capacità di esprimerlo attraverso diversi canali di comunicazione. Per denunciare le cause della morte di tanti giovani studenti durante il terremoto del Sichuan l’artista trasforma i loro zainetti in un gigantesco serpente che striscia sulla parete. Antiche arti cinesi vengono utilizzate per spiegare fenomeni moderni, mentre internet, selfie e Twitter diventano strumenti per esprimersi ed avere il diritto alla libertà di parola. Tutto è politica e tutto quello che produce Ai Weiwei ce lo fa capire, dalle camere di sorveglianza in marmo sparse per la città, al dito medio contro le principali opere d’arte e simboli di cultura e potere. 

Del suo studio, FAKE studio, è la Klimt experience, dove il visitatore entra avvolto nel buio, nella calma e nella tranquillità di una chiesa le cui pareti sono ricoperte da grandi schermi e la musica classica irrompe e fa da compagno di danza alle immagini dei più famosi quadri di Klimt. Opere che si ingrandiscono, si costruiscono e svaniscono nell’oro e nel rosso tanto amati dall’artista. L’experince può essere vissuta in molti modi: seduti in centro su una comoda sedia, sdraiati sui cuscini, in piedi o appoggiati su grandi cubi di marmo. Anche i cani sono benvenuti. Se fossi di Firenze ci passerei una giornata intera.

Quello che ho imparato questo giorno a Firenze è che è quasi impossibile mangiare male. Anche vicino al più turistico dei posti si troverà un’osteria con menù fiorentino, il cui grande pregio è quello di non aver mai perso il contatto con le sue origini contadine. A pranzo ci siamo divisi un antipasto per due davvero buonissimo all’Osteria Vecchio Vicolo e Andrea si è mangiato dei fagioli all’uccelletto niente male.

La sera invece siamo andati in un ristorante che si trova oltre il Ponte Vecchio, consigliatoci da una persona del posto, il Palazzo Tempi Pizzeria Ristorante. Qui il menù è davvero molto variegato e buono. Per nostra personale esperienza possiamo confermare che i risotti sono fenomenali e i pici (pasta fresca che assomiglia a dei grossi spaghettoni) sono da provare assolutamente.

(to be continued)

Sensibilità 

Per la maggior parte delle persone, man mano che si cresce diventa sempre più difficile emozionarsi. Un film dell’orrore a 30 anni fa decisamente meno paura che a 18 e dopo l’ennesimo film romantico, tutto sembra uguale. Non è un caso se ad Andrea e me “Tutta colpa delle stelle” non ha fatto lo stesso effetto che a suo cugino adolescente. Questo perché da una parte con gli anni ci abituiamo a certe immagini ed emozioni, dall’altra perché crescendo quello che ci parla e arriva direttamente al cuore cambia.

Mi reputo una persona piuttosto sensibile, ma mi sono resa conto che rispetto ad un tempo, piango meno facilmente durante un film e difficilmente uno spot emozionante riesce a non risultarmi finto (ovviamente con le dovute eccezioni, come quella di Allegro). Recentemente però mi sono trovata a piangere, e pure copiosamente.

Il caso più recente è stato quello di Carrie Fisher. Quando ho saputo dell’infarto e della sua scomparsa ho decisamente sofferto. Ma non voglio parlarne più del necessario, sono già in molti a scrivere sulla Principessa in questi giorni.

Il secondo caso, quello di cui voglio scrivere, è King’s quest. Videogioco a puntate, parla delle avventure di re Graham, ormai vecchietto e debole, il quale racconta la sua storia alla nipotina. Non me ne intendo molto di videogiochi, e se devo essere sincera, sono proprio una schiappa, tant’è che una volta sono riuscita a fare il “salto più brutto della storia”. Sicuramente non sono una tipa da spara-tutto, ma ci sono dei giochi che mi piacciono molto, soprattutto quelli in cui ci sono degli enigmi da risolvere e delle decisioni da prendere. King’s quest per me è stato perfetto: ogni episodio ha una modalità di gioco diverso e la storia, oltre ad essere davvero bella, è piena di humor e di momenti di riflessione. Non ha paura di affrontare tematiche difficili e importanti, come l’amore, l’amicizia, la morte e il tempo.

E sarà proprio la morte e il tempo, l’amore di un nonno per la sua nipotina, l’eredità che passa di generazione in generazione a farmi piangere come una disperata. Quando ho finito di giocare mi sono precipitata sul letto e ce ne ho messo di tempo per riprendermi.

Come dicevo all’inizio di questo post, crescendo è sempre più difficile emozionarsi con un film, un videogioco oppure un libro. Di primo acchito questo può sembrare come qualcosa di brutto ma la realtà è che più invecchiamo più quei momenti in cui riusciamo a piangere, che sia di gioia o di dolore, diventano ancora più intensi e preziosi. E soprattutto, più personali.